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Biografia

Biografia a puntate 
solo per i coraggiosi
e
per chi non ha di meglio da fare


(N.B.: tutti i nomi citati sono di pura fantasia e non esiste nessun collegamento a persone reali)

1^ puntata
Sono nata il 6 marzo 1965 a Roma, nello storico ospedale San Giacomo di via del Corso, dove tra l'altro sono stata battezzata nell'annessa Cappella.
Ho trascorso la prima parte della mia vita nella casa di via del Tritone, all'ultimo solare piano dello stabile riconoscibile dal numero civico 132, in un appartamento piccolissimo ma circondato da un enorme terrazzo e invaso dall'amore dei miei genitori. Mio padre era il portiere dello stabile, interamente occupato da uffici oltre ad un albergo posto al primo e secondo piano. Ne conseguiva che a fine giornata la nostra famiglia era l'unica abitante della gran parte del palazzo. Neanche l'ascensore arrivava tanto in alto da raggiungere la nostra casetta; questo si fermava al 6° piano, poi una piccola e nascosta scala a chiocciola saliva sino al 7° piano dove, con una costruzione successiva,   erano stati ricavati sul terrazzo-solaio del palazzo, per l'appunto, la casetta nella quale abitavamo, un locale per il motore dell'ascensore, uno per i serbatoi dell'acqua ed un altro per le caldaie. Insomma su, nel cielo, tutto era di servizio, cose e persone.
Una particolarità della mia casa era che non aveva serrature, non c'erano chiavi. C'era solo una maniglia. Chiunque sarebbe potuto entrare, in qualsiasi momento, aprendo una porticina, che in realtà non si chiudeva neanche tanto bene.
In questo nido svettante nel cielo romano ho trascorso i primi 25 anni della mia vita. Vi ho passato una fanciullezza solitaria, fatta di sogni ad occhi aperti. La sera, spesso, da un angolino appartato del mio terrazzo aspettavo il tramonto dietro al cupolone. Ho ancora negli occhi quel rosso.
Ma parliamo della mia istruzione (pare sia una cosa importante!). L'asilo l'ho frequentato alla Luigi Settembrini, a fontana di Trevi, in via del Lavatore per la precisione. Gli unici ricordi che ho è che non ci volevo andare, che il palazzo era vecchissimo e che una volta mi feci la pipì sotto perchè mi vergognavo di dire alla maestra che dovevo andare al bagno col risultato di essere umiliata davanti a tutti i compagnetti per la mia incredibile stoltezza.
Si passa dunque alle elementari con tanto di grembiulino e fiocco in bella mostra dai quali fuoriusciva un visetto tondo e paffutello, il mio,.regolarmente adornato da due trecce con i fiocchi in pendant con quello del grembiule.
Ovviamente calzettoni bianchi e scarpe nere!
Questo abbigliamento mi serviva, insieme al mitico cestino, per raggiungere la scuola elementare Regina Elena in via Puglie, una traversa di via Sicilia (affianco a via Veneto per capirci). Di questa scuola ricordo l'entrata, amplissima, il maestro Mascaro e le compagnette che mi prendevano in giro tutta la mattina per tutti e 5 gli anni!

2^ puntata
Comunque, conseguita la V elementare senza aver imparato praticamente niente se non la sola capacità di scrivere e di leggere passai alla scuola media Torquato Tasso, in via Lucania, dove iniziai uno studio matto e disperatissimo sotto la guida di una meravigliosa professoressa di lettere, una signora di una certa età con dei lunghissimi capelli corvini, sempre molto elegante e gentile. Furono anni felici per me, di grande studio e pieni di incontri extra scolastici con i miei compagni. Si organizzavano una marea di feste: il ballo della scopa! il gioco della bottiglia! Un mondo meravigliosamente ingenuo e pieno di sentimento.
Dunque passava così la mia fanciullezza, tra la scuola, qualche festa con i compagni di classe e Cristina.
Ah! non vi avevo ancora parlato di Cristina Marchetti, la mia amichetta del cuore.
Cristina viveva in via XX Settembre n.5, se non ricordo male, in un grande e bellissimo palazzo d'epoca dove suo padre, al pari del mio, faceva il portiere. In portineria spesso però ci stava il nonno di Cristina che sapeva a memoria tutta la Divina Commedia (questa cosa mi veniva bisbigliata dalla madre di Cri come una cosa eccezionale e meravigliosa e tale pareva anche a me). La casa di Cristina era grandissima, motivo per cui spesso ero io ad andare da lei. A volte ci trasferivamo da un'altra nostra compagnetta il cui papà faceva il custode a Palazzo Barberini e noi, come se fosse la cosa più normale del mondo, giocavamo a "principessa" nei saloni del Palazzo quando non era occupato dagli ufficiali (palazzo Barberini all'epoca era chiuso al pubblico e utilizzato come circolo ufficiali, solo molti anni dopo è stato restituito alla cittadinanza dal sindaco Veltroni). Altre volte andavamo a trovare un'altra amichetta  il cui papà invece era custode al Quirinale e allora dovevamo adattarci alla situazione e giocare a "la bella addormentata" nei giardini del Quirinale! Mi ha fatto proprio strano dover pagare l'ingresso per entrare a Palazzo Barberini poco tempo fa in occasione di una mostra, mi sono sentita estranea a casa mia.
In tutti quegli anni e anche in quelli a venire due cose mi hanno sempre accompagnato: un profondo senso di inquietudine e la sensazione della solitudine forse dovuta al mio modo di essere fuori dal mondo, in una dimensione assolutamente irreale. Il tutto accompagnato da una bella dose di timidezza.

3^ puntata
Insomma, finiscono anche le scuole medie, il mio desiderio è andare al Classico. Ma i  miei (anzi mia madre) non erano tanto favorevole perchè non gli piaceva l'ambiente del Tasso, ma soprattutto perchè pensavano che un bel diploma di ragioniera mi avrebbe assicurato un futuro lavorativo nel caso non avessi potuto o voluto  fare l'università.  Perciò, Cinzia se ne è andata per cinque anni al Michelangiolo, in via Cavour, a fare ragioneria! Non mi piaceva, non mi piaceva proprio ed i primi due anni furono un incubo, soprattutto il secondo che mi vide profondamente afflitta da uno stato depressivo incessante fino a che, una mattina, mia madre mi sollevò di forza dal letto, nel quale oramai giacevo per la maggior parte del tempo, mi schiaffeggiò letteralmente e mi spinse a riprendere la vita. Funzionò, piano piano mi ripresi, riuscii a non farmi bocciare malgrado le innumerevoli assenze, e mi portai 3 materie a settembre: inglese, matematica e fisica. Manco a dirlo, paradosso della vita, quella fu una delle estati più belle che ricordo. Subito finita scuola andai con mia cugina in Sardegna, all'isola di San Pietro: un mese e mezzo di mare assoluto e in quelle miriadi di azzurri ritrovai me stessa. Poi a Roma a studiare tra una passeggiata e l'altra sotto il cielo stellato. Dopo tanto tempo mi sentivo bene, sentivo di stare bene con me stessa.
Passai gli esami di riparazione, passai anche i restanti tre anni e riuscii a prendermi un bel diploma di ragioniere - udite udite - con il massimo dei voti che, all'epoca era 60 sessantesimi.

4^ puntata
Ma non mi arresi all'arida contabilità e mi iscrissi a lettere all'Università la Sapienza di Roma. Furono cinque anni di studio meraviglioso accompagnati da professori meravigliosi e da compagni di studio meravigliosi. Ma non feci italianistica. Il destino mi portò altrove, in luoghi lontani. E precisamente in estremo oriente. Studiai il cinese, l'hindi e il sanscrito e con essi la cultura, la storia, la filosofia e la letteratura di queste civiltà affascinanti. Ed ero pure bravina, modestia a parte. Non fu uno sforzo per me, erano materie che sentivo mie, erano già dentro di me, in qualche modo mi appartenevano. Leggevo di pensieri così diversi dalla nostra civiltà occidentale eppure così interiormente condivisi dal mio sentire. Le lingue erano affascinanti, espressioni di un'evoluzione umana differente, ma nello stesso tempo vicina. La misteriosa capacità dell'uomo di trovare risposte a quesiti identici seguendo percorsi diversi.
Ma in quel periodo, non mi limitavo a studiare. Mi dividevo anche con il lavoro che soddisfaceva la mia innata esigenza di indipendenza. E così il pomeriggio facevo ripetizioni di italiano e matematica, e la sera mentre ascoltavo la musica, lavorato ai ferri per fare maglioni che vendevo a un negozio del pantheon. Per un certo periodo sono andata a pulire degli uffici aiutando i miei genitori e sentendomi parte di una famiglia incredibilmente incredibile.
Lo studio, quello intenso era soprattutto la mattina. Sveglia alle quattro e qualche volta alle cinque, super tazzona di caffè e poi scrivania fino all'ora di andare all'Università. E ovviamente il sabato e la domenica interamente dedicati alla studio.

5^ puntata

Ma la mia vita, così piena di irrealtà e protetta dal guscio dei sogni, stava per cambiare completamente.
Iniziai a frequentare un ragazzo molto più grande di me. Per me era solo un amico, ma lui mi faceva una corte spietata. Per circa due anni mi rifiutai di uscire da sola con lui vedendoci solo insieme a altri amici (le mie uscite tra l'altro erano poche e brevi, ma spesso lui mi aspettava sotto casa perché sapeva che quasi quotidianamente facevo una passeggiatina verso villa borghese).
Insomma alla fine cedetti alla corte e alle gentilezze di questo ragazzo e iniziammo una relazione. Fu molto bello all'inizio. Per me, che avevo oramai ventitré anni, era tutto nuovo, tutto affascinante. Mi sembrava di vivere una storia romanticissima e segretissima (perché i miei genitori non sapevano assolutamente nulla!). Quindi la mia vita continuò divisa tra l'Università e lo studio che amavo infinitamente e le uscite segrete con questo amore che forse era tale solo nel mio immaginario. Ma la relazione proseguì, tra mille mie incertezze, convinta più dal sogno che dalla realtà. Ah, è terribile vivere alterando dentro se stessi la realtà. Perdendo completamente il senso del vero. Perché prima o poi arriva lo scontro tra queste due dimensioni e la battaglia è sanguinosa. Impietosa.  Col tempo i miei genitori accettarono la mia relazione con questo ragazzo molto più grande di me, molto diverso da me, con interessi differenti. Ma io all'epoca non me ne rendevo conto. Io che ero stata sempre stata solitaria, presa in giro, avevo ora una persona che mi amava. Ma non basta amare, questo l'ho capito solo dopo. Quello che conta è anche il modo di amare.  Così iniziai a convivere con quest'uomo. Le cose cambiarono. Non c'era più quell'alone di mistero che rendeva romantico il nostro amore. Ma non è sempre facile prendere coscienza delle situazioni.

6^ puntata

Nel frattempo iniziai un periodo di collaborazione all'Università tenendo alcuni corsi monografici. Poi un giorno arrivò a casa un telegramma. Avevo vinto un concorso presso una pubblica amministrazione. Dovevo prendere servizio entro 15 giorni a Savona. Io non sapevo neanche dove fosse Savona. Ma era un posto fisso, un posto che poteva garantirmi la sicurezza economica con un orario di lavoro buono che lasciava molto tempo libero. Ero combattuta, terribilmente combattuta. Ovviamente la mia famiglia stava in brodo di giuggiole. Figuriamoci, i miei si spezzavano la schiena tutti i giorni in lavori umili e la prospettiva di un lavoro d'ufficio per loro era la cosa più bella che potesse esserci. Pensa, sarai un'impiegata, rispettata da tutti, ti daranno del lei, ti chiameranno dottoressa, mi dicevano. Io invece pensavo soprattutto al fatto che quel lavoro mi avrebbe reso indipendente e che mi avrebbe lasciato molto tempo per lo studio. Mi consigliai anche con i miei professori. Avevo davanti a me anche la possibilità di una carriera universitaria. Ah, dimenticavo di dire che nel frattempo avevo vinto una borsa di studio per la Cina. Insomma, ero a un bivio e la mia scelta avrebbe condizionato tutto il resto della mia vita. Furono le parole della professoressa di giapponese a farmi rendere conto di cosa veramente volevo per il mio futuro. Questa donna che aveva ricoperto incarichi prestigiosissimi, ricevuto onori di ogni sorta mi disse candidamente e quasi con le lacrime agli occhi: "ho dedicato tutta la mia vita allo studio e al lavoro, ma per noi donne è difficile e darei ogni cosa per avere oggi qualcuno che mi aspetti a casa al mio rientro".  Ed è così, io non credo molto nel fatto che carriera e famiglia si possano conciliare. Essere madre e stare fuori tutto il giorno o addirittura per lunghi periodi, certo è possibile con l'aiuto di bambinaie e surrogati. Ma essere madre, crescere dei figli per me è una cosa diversa. Non significa solo metterli al mondo, bensì insegnare loro giorno dopo giorno a camminare nei sentieri della vita con le loro gambe, essere a loro fianco nei momenti necessari, giocare con loro, farli sentire amati. E io volevo essere madre. Capii che questo era quello che volevo sopra ad ogni cosa. La carriera, il lavoro erano cose importanti, ma sarebbero state nulla senza degli affetti veri. Così presi la mia decisione e il 26 dicembre 1990 partii per Savona. Presi servizio presso l'Ufficio Provinciale del Lavoro il 28 dicembre. Ma non partii sola, il mio compagno, l'uomo più grande di me di cui ho parlato prima, mi accompagnò e rimase con me per una decina di giorni. Il cambiamento fu radicale.

7^ puntata




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